Quanto di te appartiene davvero a te?
Sabato dell’Accorgersi
Ti sei mai chiesto quanto l’ambiente nel quale vivi influenzi il tuo modo di essere?
Non parlo soltanto della casa, della città, del quartiere o del luogo in cui lavori. Parlo anche delle persone che frequenti, della famiglia nella quale sei cresciuto, della cultura che ti ha formato, delle abitudini che hai imparato, delle aspettative che hai incontrato lungo il cammino.
Viviamo immersi in ambienti che ci parlano continuamente.
A volte lo fanno attraverso le parole. Altre volte attraverso i comportamenti, gli sguardi, le abitudini, ciò che viene approvato e ciò che suscita sorpresa.
E noi impariamo.
Impariamo molto presto a riconoscere ciò che ci fa sentire accolti.
Impariamo cosa piace.
Impariamo cosa viene considerato giusto, normale, desiderabile.
Impariamo anche, spesso senza accorgercene, quale versione di noi stessi viene più facilmente riconosciuta dagli altri.
E così può accadere qualcosa di curioso.
Possiamo diventare molto bravi a essere ciò che il nostro ambiente si aspetta da noi.
Ma quanto rimane, in tutto questo, del nostro individuo?
L’ambiente nel quale viviamo entra dentro di noi
L’ambiente fisico ha certamente un ruolo nella nostra esperienza.
La luce, il rumore, la qualità dell’aria, gli spazi nei quali trascorriamo il tempo, la presenza della natura possono influenzare il nostro benessere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha raccolto numerose evidenze sul rapporto tra spazi verdi, salute e benessere mentale, collegandoli, tra gli altri aspetti, alla riduzione dello stress, al rilassamento e alla qualità della vita.
Anche il luogo nel quale lavoriamo può avere un peso importante.
L’OMS considera il lavoro un determinante sociale della salute mentale e indica tra i fattori di rischio anche condizioni ambientali come spazi inadeguati, scarsa illuminazione e rumore eccessivo, insieme all’organizzazione del lavoro e alla qualità delle relazioni.
Possiamo quindi accorgerci di quanto un luogo possa modificare il nostro modo di stare.
Ci sono stanze nelle quali ci sentiamo più tranquilli.
Luoghi nei quali la mente sembra aprirsi.
Spazi nei quali ci viene voglia di creare.
E altri nei quali diventiamo più tesi, più chiusi, più prudenti.
Ma possiamo spingerci ancora un po’ oltre.
Quanto dell’ambiente che ci circonda rimane dentro di noi anche quando usciamo da quella stanza?
Il primo ambiente che impariamo a conoscere
Prima ancora di scegliere una casa, un lavoro o le persone da frequentare, abbiamo vissuto dentro un ambiente che non abbiamo scelto.
La famiglia.
Abbiamo imparato a parlare ascoltando le parole degli altri.
Abbiamo imparato cosa significa essere bravi.
Abbiamo imparato cosa significa essere educati.
Abbiamo imparato cosa fa piacere.
Abbiamo imparato cosa preoccupa.
Abbiamo imparato cosa viene applaudito e cosa suscita preoccupazione.
Abbiamo imparato anche quali parti di noi ricevono maggiore attenzione.
Forse da bambini ci siamo accorti che quando eravamo tranquilli tutto filava liscio.
Oppure che quando facevamo ridere gli altri ricevevamo attenzione.
Oppure che essere responsabili ci faceva sentire apprezzati.
O ancora che esprimere determinati sentimenti poteva creare tensione.
Non serve stabilire se tutto questo sia giusto o sbagliato.
Possiamo semplicemente osservarlo.
Perché ciò che impariamo nell’ambiente nel quale cresciamo può accompagnarci anche molto tempo dopo.
Quando l’adattamento diventa identità
Adattarsi è una capacità straordinaria.
Ci permette di vivere insieme agli altri, di comprendere le regole di un ambiente, di costruire relazioni e di appartenere.
Ma cosa accade quando l’adattamento diventa così abituale da trasformarsi nella nostra identità?
Quando essere disponibili diventa “io sono una persona disponibile”?
Quando essere forti diventa “io non posso mostrarmi fragile”?
Quando occuparci degli altri diventa “io devo sempre esserci”?
Quando essere responsabili diventa “non posso permettermi di cambiare idea”?
A un certo punto il comportamento può diventare un’immagine.
E l’immagine può diventare un’identità.
Gli altri iniziano a riconoscerci attraverso quella forma.
E noi iniziamo a riconoscerci attraverso lo sguardo degli altri.
“Tu sei fatto così”
Forse tutti abbiamo ricevuto, prima o poi, una frase simile:
“Tu sei fatto così.”
È una frase curiosa.
Perché sembra descriverci, ma nello stesso tempo può diventare un confine.
“Tu sei quella responsabile.”
“Tu sei quello forte.”
“Tu sei sempre stato quello tranquillo.”
“Tu sei quella che pensa agli altri.”
“Tu sei quello che non cambia mai idea.”
E se un giorno quella persona cambiasse?
Se quella donna responsabile desiderasse finalmente dedicare più tempo a sé?
Se quella persona sempre disponibile iniziasse a scegliere diversamente?
Se chi ha trascorso una vita a seguire una strada scoprisse di desiderarne un’altra?
Cosa accadrebbe all’immagine che gli altri hanno costruito?
E cosa accadrebbe all’immagine che quella persona ha costruito di se stessa?
Il collettivo ama ciò che riconosce
Ogni gruppo possiede i propri equilibri.
Una famiglia.
Una coppia.
Un gruppo di amici.
Un ambiente di lavoro.
Una comunità.
Quando una persona cambia, anche le relazioni intorno a lei possono cambiare.
Non serve immaginare necessariamente qualcuno che voglia impedirci di crescere.
È sufficiente osservare un meccanismo molto umano: riconosciamo più facilmente ciò che conosciamo.
Se una persona che abbiamo sempre visto in un certo modo cambia, dobbiamo fare spazio a una nuova immagine.
E la nuova immagine richiede un nuovo equilibrio.
Per questo possiamo incontrare sorpresa, domande, perplessità.
“Perché sei cambiata?”
“Da quando ti interessa questa cosa?”
“Non ti avevo mai visto così.”
“Ma davvero vuoi farlo?”
A volte queste parole arrivano dagli altri.
A volte arrivano direttamente da noi.
Perché il collettivo può continuare a vivere dentro di noi anche quando nessuno ci sta chiedendo nulla.
Quanto della tua voce è davvero tua?
E qui arriviamo a una domanda che può diventare scomoda.
Quanto di ciò che pensi è veramente tuo?
Quanto delle tue convinzioni hai scelto?
Quanto dei tuoi desideri hai esplorato?
Quanto delle tue paure hai osservato?
Quanto dei tuoi obiettivi corrisponde a qualcosa che ti interessa profondamente?
E quanto, invece, hai imparato a desiderarlo perché intorno a te era considerato importante?
Una casa più grande.
Un lavoro prestigioso.
Una certa posizione sociale.
Una relazione.
Un determinato stile di vita.
Un corpo preciso.
Il successo.
La sicurezza.
Tutto questo può avere un valore enorme.
La domanda è un’altra.
Ha valore per te?
“Mi piace?”
Forse una delle domande più semplici che possiamo rivolgerci è anche una delle più profonde:
Mi piace?
Non:
“Piace alla mia famiglia?”
Non:
“Cosa penseranno?”
Non:
“È quello che ci si aspetta da me?”
Non:
“È una scelta che gli altri considereranno giusta?”
Semplicemente:
Mi piace?
E poi:
Lo voglio?
Mi interessa?
Mi incuriosisce?
Mi fa stare bene?
Possiamo applicare queste domande alle piccole cose prima ancora che alle grandi.
A ciò che mangiamo.
A come trascorriamo il tempo.
Alle persone con cui scegliamo di stare.
Al lavoro.
Alle abitudini.
Ai luoghi.
Alle letture.
Alle esperienze.
Alle convinzioni.
A ciò che continuiamo a fare semplicemente perché lo abbiamo sempre fatto.
Non serve cambiare nulla.
Prima possiamo osservare.
Jung e l’individuazione
È qui che il pensiero di Carl Gustav Jung diventa particolarmente interessante.
Jung ha elaborato il concetto di inconscio collettivo, una dimensione della psiche distinta dall’inconscio personale e caratterizzata dalla presenza di strutture universali, gli archetipi.
Ma accanto al collettivo Jung pone un altro concetto fondamentale: l’individuazione.
Individuarsi significa sviluppare progressivamente la propria individualità.
Non significa isolarsi.
Non significa rifiutare il mondo.
Non significa smettere di appartenere.
Significa riconoscere ciò che rende quella persona proprio quella persona.
In questa prospettiva, il rapporto con il collettivo diventa particolarmente interessante.
Siamo immersi in una cultura.
Abbiamo una famiglia.
Abbiamo una storia.
Apparteniamo a gruppi.
Portiamo dentro di noi immagini, valori, modelli e aspettative.
E nello stesso tempo esiste qualcosa che chiede di essere riconosciuto come nostro.
Dove finisce il collettivo e dove comincia l’individuo?
Sibaldi e la domanda “Vuoi?”
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Questa domanda conduce naturalmente agli studi di Igor Sibaldi.
Uno dei fili conduttori del suo lavoro riguarda proprio il rapporto con il desiderio e con il proprio volere.
Nella sua proposta dedicata ai 101 desideri, Sibaldi invita a osservare il desiderio, a precisarlo e a riconoscere ciò che realmente vogliamo. Sul suo sito presenta la tecnica come un percorso per comprendere come funzionano i desideri, come dirigerli, precisarli e potenziarli.
È interessante notare quanto questo tema sia vicino al nostro.
Perché prima di domandarci come ottenere qualcosa, possiamo chiederci:
Lo voglio davvero?
E ancora:
Questo desiderio nasce da me?
Oppure l’ho imparato?
È un desiderio che sento oppure una risposta che ho costruito per essere riconosciuto?
Nel suo lavoro sui desideri, Sibaldi invita proprio a entrare in rapporto con il proprio volere in modo più preciso e meno condizionato.
E allora la domanda diventa uno strumento di osservazione.
I 101 desideri e la scoperta di ciò che vogliamo
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La tecnica dei 101 desideri può essere letta anche attraverso questa lente.
Scrivere ciò che desideriamo significa concederci uno spazio nel quale il desiderio può comparire.
Prima ancora di realizzarlo, possiamo incontrarlo.
Prima ancora di sapere se sarà possibile, possiamo riconoscerlo.
Prima ancora di giudicarlo, possiamo ascoltarlo.
E mentre scriviamo possiamo accorgerci di qualcosa.
Alcuni desideri ci sorprendono.
Altri ci sembrano familiari.
Altri ancora possono apparire come desideri che abbiamo ricevuto dall’esterno.
Ed è proprio qui che la domanda torna a essere preziosa:
“Questo lo voglio io?”
Quanto c’è di individuo e quanto c’è di collettivo?
Forse possiamo portare questa domanda ancora più lontano.
Quanto di noi appartiene alla nostra storia personale?
Quanto alla nostra famiglia?
Quanto alla cultura?
Quanto alla generazione nella quale siamo nati?
Quanto alle persone che abbiamo incontrato?
Quanto alle esperienze che abbiamo vissuto?
E soprattutto:
quanto di tutto questo abbiamo scelto consapevolmente?
Non serve separare ciò che è nostro da ciò che è degli altri come se esistesse una linea perfetta.
Siamo esseri relazionali.
Ci formiamo attraverso gli incontri.
Cambiamo attraverso le esperienze.
Impariamo dagli altri.
Riceviamo moltissimo dal mondo.
Ma possiamo anche osservare ciò che abbiamo ricevuto.
E osservare significa già creare uno spazio.
Lo spazio tra “devo” e “voglio”
Forse una delle differenze più interessanti si trova tra due parole:
devo
e
voglio.
“Devo fare questo.”
“Devo essere così.”
“Devo comportarmi in questo modo.”
“Devo desiderare questo.”
Poi, dentro di noi, può comparire una voce diversa:
“Ma io cosa voglio?”
Quella domanda non cancella il dovere.
Non cancella le responsabilità.
Non cancella gli altri.
Apre semplicemente uno spazio nel quale possiamo ascoltare anche noi.
Ed è proprio quello spazio che mi interessa.
Il cambiamento e l’immagine che abbiamo di noi
A volte il collettivo non è soltanto fuori.
È dentro l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.
Possiamo essere diventati così identificati con un ruolo da avere difficoltà a immaginarci diversi.
“Questa non sono io.”
“Non sono capace.”
“Non ho mai fatto una cosa del genere.”
“Ormai sono così.”
Ma cosa significa davvero “sono così”?
Quanto c’è di natura?
Quanto di abitudine?
Quanto di storia?
Quanto di ripetizione?
Quanto di scelta?
E quanto spazio rimane ancora per ciò che non abbiamo esplorato?
Forse la libertà comincia da una domanda
Non sappiamo sempre cosa vogliamo.
E possiamo concederci di non saperlo.
Anzi, forse proprio quel “non so” merita attenzione.
Perché quando diciamo “non so” possiamo finalmente smettere, per un momento, di ripetere una risposta già pronta.
Possiamo ascoltare.
Osservare.
Sentire.
Domandare.
E magari scoprire qualcosa.
Mi piace?
Lo voglio?
È mio?
Mi rappresenta ancora?
Chi sarei senza l’immagine che gli altri hanno di me?
Cosa sceglierei se nessuno dovesse approvare la mia scelta?
Quale desiderio continua a tornare?
Quale parte di me sto ancora cercando di ascoltare?
Il Sabato dell’Accorgersi
Forse non abbiamo bisogno di arrivare a una conclusione.
Possiamo lasciare le domande aperte.
Portarle con noi.
Lasciarle camminare accanto alle nostre giornate.
Osservare cosa accade quando incontriamo una persona.
Quando entriamo nel nostro ambiente di lavoro.
Quando torniamo a casa.
Quando qualcuno ci dice:
“Tu sei fatto così.”
E osservare cosa succede dentro di noi.
Possiamo accorgerci della risposta immediata.
Possiamo accorgerci del desiderio di confermare.
Possiamo accorgerci del desiderio di cambiare.
Possiamo accorgerci del bisogno di essere riconosciuti.
Possiamo accorgerci della parte di noi che, invece, vorrebbe semplicemente essere libera di scoprire.
E allora forse resta una sola domanda.
Una domanda semplice.
Una domanda che non ha bisogno di essere chiusa.
Io, cosa voglio?
gaobi
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