Ho’oponopono: “Mi dispiace”, la prima frase che ci riporta dentro di noi

Dopo aver conosciuto la storia e le origini dell’Ho’oponopono, è arrivato il momento di entrare nel vivo della pratica. Le quattro frasi che hanno reso questa pratica conosciuta in tutto il mondo sono semplici: Mi dispiace. Perdonami. Grazie. Ti amo.

Quattro espressioni brevi, eppure capaci di aprire uno spazio di osservazione molto profondo. Il loro valore emerge soprattutto quando smettono di essere semplici parole ripetute velocemente e diventano un piccolo rituale quotidiano.

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In questa serie di articoli le osserveremo una alla volta. Cominceremo da “Mi dispiace”, una frase che può sembrare semplice e che invece ci conduce immediatamente verso un territorio molto importante: il rapporto con ciò che accade dentro di noi.

“Mi dispiace”: da dove cominciare?

Quando pronunciamo “Mi dispiace”, spesso pensiamo immediatamente a una persona alla quale chiedere scusa. Nell’Ho’oponopono il significato può aprirsi in una direzione più interiore.

La frase diventa un modo per rivolgere lo sguardo verso ciò che stiamo vivendo e riconoscere che dentro di noi esiste qualcosa che chiede attenzione.

Un’emozione che ritorna, un pensiero che continua a occupare la mente, una situazione che ci provoca sofferenza, una relazione che ci mette alla prova, una paura che compare sempre nello stesso momento: possiamo fermarci e osservare.

Mi dispiace.

La frase diventa così il primo gesto di un percorso dell’ accorgersi.

“Mi dispiace” non significa colpevolizzarsi

Questa è forse la prima distinzione da comprendere.

Dire “Mi dispiace” può suscitare immediatamente l’idea della colpa. Nel lavoro interiore proposto dall’Ho’oponopono, invece, la responsabilità assume un significato diverso: significa riconoscere ciò che accade dentro di noi e scegliere di occuparcene.

Nella formulazione del Self-I-Dentity through Ho’oponopono, il processo viene descritto come un modo per lavorare sulle memorie e sui blocchi vissuti come problemi, attraverso pentimento, perdono e trasformazione.

Possiamo quindi pronunciare “Mi dispiace” senza entrare nel giudizio verso noi stessi. La frase può diventare semplicemente:

Vedo che dentro di me c’è qualcosa che mi fa soffrire. Me ne accorgo. Sono disposto ad ascoltarlo.

Ed è proprio qui che la pratica comincia a diventare interessante.

A chi stiamo dicendo “Mi dispiace”?

Questa domanda merita di essere lasciata aperta. A una persona? A noi stessi? Alla vita? A una parte profonda di noi? Alla Divinità, secondo la propria sensibilità spirituale? Nell’Ho’oponopono aggiornato da Morrnah Simeona, il processo coinvolge la relazione tra il Sé e il Divino e considera il lavoro interiore come una pratica di riequilibrio e liberazione. Per questo “Mi dispiace” può diventare una frase intima, pronunciata senza bisogno di costruire una spiegazione mentale.

Possiamo semplicemente fermarci davanti a ciò che stiamo vivendo.

Quando una situazione ci fa reagire sempre nello stesso modo

Immaginiamo una situazione molto comune.

Qualcuno ci dice una frase e dentro di noi compare immediatamente irritazione. La situazione passa, ma il pensiero continua a tornare. Ripensiamo alle parole, immaginiamo cosa avremmo potuto rispondere, ricostruiamo la scena. Il corpo rimane coinvolto, la mente continua a lavorare e quella situazione occupa spazio anche quando la persona che l’ha provocata è ormai lontana.

Possiamo allora fermarci.

Respirare.

E pronunciare lentamente:

Mi dispiace.

La frase sposta l’attenzione dalla scena esterna verso la nostra esperienza interiore.

Che cosa sto provando?

Dove sento questa emozione?

Quale pensiero continua a ripresentarsi?

Che cosa mi sta mostrando questa situazione?

L’Ho’oponopono invita proprio a riportare il lavoro verso di sé e verso ciò che viene vissuto interiormente.

La forza di una frase ripetuta

Una delle caratteristiche più interessanti di questo rituale è la semplicità. Non servono strumenti particolari. Non occorre creare una situazione complessa. Possiamo praticare seduti sul divano, durante una passeggiata, prima di addormentarci, al risveglio oppure in un momento di agitazione. La frase può essere ripetuta mentalmente oppure pronunciata a voce bassa.

Mi dispiace.

Una volta.

Poi ancora.

Mi dispiace.

E ancora.

Con il tempo può accadere qualcosa di interessante: la frase inizialmente sembra soltanto una formula, poi comincia a richiamare l’attenzione verso il nostro mondo interiore. È proprio qui che la ripetizione acquista valore. Il rituale crea uno spazio nel quale fermarsi, osservare e lasciare emergere ciò che normalmente attraversiamo velocemente.

Non dobbiamo cercare subito una risposta

La pratica diventa ancora più interessante quando lasciamo spazio all’esperienza. Pronunciare “Mi dispiace” e aspettarsi immediatamente una sensazione precisa rischia di trasformare il rituale in una prova da superare. Possiamo invece limitarci a osservare.

Come cambia il respiro?

Il corpo si rilassa?

La mente rallenta?

Compare un ricordo?

Arriva un’emozione?

Emergono parole che avevamo dimenticato?

Oppure, semplicemente, per qualche minuto sentiamo maggiore quiete?

L’osservazione diventa parte stessa della pratica.

“Mi dispiace” e le memorie

Nel moderno Ho’oponopono di Morrnah Simeona, un ruolo centrale viene attribuito alle memorie che continuano a essere riprodotte e che possono influenzare il modo in cui viviamo il presente. Il processo mira a lavorare su queste memorie attraverso la pratica di “cleansing”, cioè di pulizia interiore.

Questo concetto può essere osservato anche nella vita quotidiana senza doverlo trasformare in una spiegazione assoluta. Quante volte reagiamo al presente attraverso qualcosa che appartiene già alla nostra storia?

Una parola può ricordarci una vecchia ferita. Un comportamento può riaccendere una paura. Una situazione può riportare alla mente un’esperienza che credevamo superata. Il presente diventa allora il punto nel quale qualcosa del passato torna a farsi sentire.

“Mi dispiace” può diventare il momento nel quale ce ne accorgiamo.

Un piccolo rituale quotidiano

Ecco la parte che vorrei invitarti a sperimentare. Per alcuni giorni scegli un momento preciso della giornata. Bastano cinque minuti. Siediti comodamente. Lascia per qualche istante il telefono lontano. Fai alcuni respiri tranquilli e porta alla mente una situazione, un’emozione o semplicemente qualcosa che in questo periodo occupa il tuo spazio interiore. Poi pronuncia lentamente:

Mi dispiace.

Ripetila senza fretta.

Lascia che la frase trovi il suo significato dentro di te.

Puoi continuare per qualche minuto, osservando ciò che accade nel corpo, nelle emozioni e nei pensieri.

Al termine rimani in silenzio per qualche momento.

Non serve fare altro.

Il giorno successivo puoi ripetere il rituale.

E quello dopo ancora.

La costanza viene prima del risultato

Un rituale diventa realmente interessante quando entra nella quotidianità. Cinque minuti oggi, cinque minuti domani e ancora cinque minuti nei giorni successivi creano uno spazio di osservazione che prima forse mancava. L’obiettivo può essere molto semplice: accorgersi.

Accorgersi di come reagiamo.

Accorgersi dei pensieri che tornano.

Accorgersi delle emozioni che chiedono attenzione.

Accorgersi di ciò che cambia quando smettiamo, anche solo per qualche minuto, di combattere mentalmente contro una situazione. Nel percorso dell’Ho’oponopono, la pratica viene presentata come qualcosa che può accompagnare la persona momento dopo momento. La stessa IZI descrive il processo come una pratica applicabile continuamente nella vita quotidiana.

Prova per sette giorni

Ti propongo un piccolo esperimento. Per sette giorni, scegli sempre lo stesso momento e dedica cinque minuti alla prima frase:

Mi dispiace.

Puoi pensare a una situazione specifica oppure lasciare emergere spontaneamente ciò che arriva.

Ripeti la frase lentamente.

Respira.

Osserva.

Poi lascia andare il momento senza cercare di stabilire se abbia funzionato oppure no.

Alla fine dei sette giorni chiediti semplicemente:

Come mi sento rispetto a quella situazione?

È cambiato qualcosa nel modo in cui la penso?

Il mio corpo reagisce allo stesso modo?

Ho scoperto qualcosa di me che prima osservavo meno?

Queste domande sono già parte dell’esperienza.

“Mi dispiace” come apertura

La prima frase dell’Ho’oponopono può quindi diventare una porta.

Attraversarla significa rivolgere lo sguardo verso di sé e riconoscere ciò che chiede attenzione. Significa concedersi un momento di pausa prima della reazione automatica. Significa creare uno spazio nel quale osservare una memoria, un’emozione, una sofferenza o un pensiero ricorrente.

E forse è proprio questo il primo insegnamento della pratica: prima di cambiare ciò che accade fuori, possiamo imparare ad accorgerci di ciò che accade dentro.

Non serve comprendere tutto immediatamente.

Serve cominciare.

Una frase.

Cinque minuti.

Ogni giorno.

Mi dispiace.

Nel prossimo articolo entreremo nella seconda frase: “Perdonami”. Scopriremo che cosa significa rivolgere questa parola verso di sé e perché il perdono, nell’Ho’oponopono, rappresenta un passaggio ancora più profondo.

Le mie osservazioni

Mi piace l’idea di avvicinarsi all’Ho’oponopono attraverso la pratica, anziché fermarsi alla conoscenza teorica. Una frase così breve può diventare un appuntamento quotidiano con noi stessi.

“Mi dispiace” mi ricorda che posso fermarmi, osservare e prendermi cura di ciò che accade dentro di me.

Forse il primo cambiamento comincia proprio da qui: dal momento in cui smettiamo di attraversare velocemente ciò che sentiamo e iniziamo ad accorgercene.

gaobi

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