Il cervello cambia ogni volta che scriviamo: il potere della neuroplasticità
Abbiamo osservato la scrittura da molti punti di vista.

Abbiamo guardato le lettere, il loro movimento, lo spazio, la pressione, l’inclinazione, il ritmo.
Abbiamo incontrato la scrittura dei grandi personaggi della storia e ci siamo lasciati incuriosire dalla mano che traccia il segno.
Abbiamo imparato a osservare prima di interpretare.
E ora, arrivati all’ultimo articolo di questa serie, possiamo fare un passo ancora più indietro.
Possiamo smettere per un momento di guardare la scrittura sul foglio e provare a immaginare ciò che accade dentro il cervello mentre scriviamo.
Perché ogni volta che la mano traccia una parola, non sta semplicemente lasciando dell’inchiostro sulla carta.
Sta mettendo in relazione movimento, percezione, linguaggio, attenzione, memoria e coordinazione.
La scrittura manuale coinvolge infatti una rete cerebrale ampia, nella quale convergono processi motori, sensoriali e linguistici.
Ed è proprio qui che incontriamo una delle caratteristiche più affascinanti del nostro cervello:
la neuroplasticità.
Che cos’è la neuroplasticità?
Per molto tempo abbiamo immaginato il cervello come qualcosa di sostanzialmente statico.
Un organo che, una volta raggiunta la maturità, avrebbe mantenuto più o meno la stessa organizzazione per il resto della vita.
Oggi sappiamo che non è così.
Il cervello possiede la capacità di modificare la propria organizzazione in relazione all’esperienza, all’apprendimento e, in determinate condizioni, anche dopo un danno neurologico.
Questa capacità viene definita neuroplasticità.
Non significa che il cervello possa trasformarsi senza limiti o che basti esercitarsi per ottenere qualsiasi risultato.
Significa qualcosa di più concreto e, forse, ancora più interessante:
ciò che facciamo ripetutamente può contribuire a modificare il modo in cui il nostro sistema nervoso organizza e svolge determinate funzioni.
L’esperienza e l’apprendimento sono infatti strettamente collegati ai processi di plasticità neurale.
E la scrittura è un ottimo esempio di questo principio.
La prima volta è diversa dalla centesima
Pensiamo a un bambino che sta imparando a scrivere.
All’inizio una semplice lettera può richiedere un’enorme quantità di attenzione.
La mano deve trovare il movimento.
Gli occhi devono seguire il segno.
La mente deve ricordare la forma della lettera.
Il gesto deve essere coordinato con ciò che si vuole rappresentare.
Tutto appare lento.
A volte persino faticoso.
Poi accade qualcosa.
La ripetizione rende il movimento più fluido.
La lettera diventa più familiare.
Il gesto richiede meno attenzione cosciente.
Con l’esperienza, ciò che inizialmente era un compito impegnativo diventa una competenza sempre più automatizzata. Gli studi sui processi neurocognitivi della scrittura descrivono proprio questo passaggio da un’attività inizialmente faticosa a una capacità visuomotoria più automatica.
È uno dei piccoli miracoli dell’apprendimento.
Il cervello impara.
Scrivere significa coordinare molti sistemi
Quando scriviamo una frase, non è soltanto la mano a lavorare.
Serve il controllo fine dei movimenti.
Serve la percezione visiva.
Serve la memoria.
Serve il linguaggio.
Serve l’attenzione.
Serve la capacità di organizzare una sequenza.
Serve la coordinazione tra ciò che pensiamo e ciò che la mano sta facendo.
La ricerca neuroscientifica ha individuato durante la scrittura una rete che comprende diverse aree corticali e sottocorticali, coinvolgendo componenti motorie e linguistiche.
Per questo una pagina scritta a mano è molto più di una superficie ricoperta di parole.
È il risultato visibile di una cooperazione invisibile.
Le connessioni si costruiscono con l’esperienza
La neuroplasticità ci porta a una domanda interessante.
Che cosa succede quando ripetiamo un gesto per anni?
Pensiamo a chi suona uno strumento.
A chi dipinge.
A chi pratica uno sport.
A chi impara una nuova lingua.
A chi scrive ogni giorno.
La ripetizione non significa semplicemente fare la stessa cosa molte volte.
Significa dare al sistema nervoso la possibilità di apprendere una determinata abilità.
Nel tempo, l’esecuzione può diventare più precisa, coordinata ed efficiente.
Questo non significa che ogni ripetizione produca automaticamente nuove connessioni visibili o che possiamo osservare direttamente il cervello mentre “crea un collegamento”.
La realtà biologica è molto più complessa.
Ma sappiamo che l’esperienza e l’apprendimento possono modificare le reti neurali e il loro funzionamento.
Ed è proprio questa capacità di adattamento che rende possibile imparare per tutta la vita.
Esercitarsi significa dare al cervello nuove occasioni
C’è una parola semplice che accompagna tutta la neuroplasticità:
esercizio.
Non inteso necessariamente come allenamento intenso.
Può essere anche una pratica lenta.
Ripetere una sequenza.
Imparare un movimento.
Disegnare.
Scrivere.
Ricopiare una frase.
Provare una nuova grafia.
Utilizzare la mano non dominante per un’attività semplice.
Imparare una nuova abilità.
La cosa interessante è che il cervello non smette di essere un organo capace di apprendere semplicemente perché siamo diventati adulti.
Naturalmente la velocità e le modalità dell’apprendimento cambiano nel corso della vita.
Ma l’apprendimento continua.
E questa è forse una delle idee più incoraggianti che le neuroscienze ci hanno consegnato.
Non siamo completamente fermi nelle nostre abitudini.
Possiamo imparare.
Possiamo adattarci.
Possiamo modificare il modo in cui affrontiamo un compito.
La calligrafia: quando il gesto diventa intenzionale
Pensiamo ora alla calligrafia.
Quando osserviamo una bella scrittura calligrafica, siamo attratti dal risultato estetico.
Ma dietro quella bellezza c’è soprattutto un gesto ripetuto e affinato.
La forma della lettera richiede precisione.
La pressione deve essere modulata.
Il movimento deve seguire un ritmo.
La distanza deve essere controllata.
La mano deve rallentare o accelerare.
Occhi e mano devono collaborare.
In questo senso, la calligrafia rappresenta un’interessante combinazione di movimento, attenzione e apprendimento.
Alcune ricerche hanno inoltre studiato pratiche di calligrafia come interventi di supporto in contesti cognitivi e neuropsichiatrici, anche se le evidenze non autorizzano a considerarle una terapia universale.
Ed è proprio questa precisazione a renderle interessanti.
Non serve attribuire alla scrittura poteri straordinari.
Il suo valore può essere già enorme nella sua semplicità.
Quando scrivere diventa riabilitazione
Esiste poi un campo nel quale il rapporto tra movimento, apprendimento e cervello diventa particolarmente evidente:
la riabilitazione neurologica.
Dopo un ictus, per esempio, alcune persone devono imparare nuovamente movimenti che prima compivano senza pensarci.
Prendere un oggetto.
Muovere una mano.
Coordinare un gesto.
Scrivere.
In questi casi la neuroplasticità diventa uno dei principi fondamentali della riabilitazione.
Gli interventi riabilitativi basati sull’apprendimento di compiti specifici, sulla ripetizione e sul coinvolgimento attivo delle funzioni compromesse possono favorire processi di riorganizzazione adattiva del sistema nervoso.
Ma è importante non semplificare.
La neuroplasticità non significa che ogni danno neurologico possa essere completamente recuperato.
Il recupero dipende dalla persona, dal tipo e dall’estensione della lesione, dal momento della riabilitazione e da moltissimi altri fattori.
Ciò che la neuroplasticità ci mostra è però straordinario:
il cervello può cercare nuove strade.
Anche la lentezza può essere un allenamento
Viviamo in un’epoca nella quale quasi tutto deve essere veloce.
Scriviamo messaggi.
Tocchiamo uno schermo.
Correggiamo automaticamente.
Cancelliamo.
Riscriviamo.
Inviare è diventato più importante che scrivere.
Eppure prendere una penna e scrivere lentamente una frase ci obbliga a fare qualcosa di diverso.
Rallentare.
Guardare.
Sentire il movimento.
Seguire il tratto.
Aspettare che la parola finisca.
Non significa che scrivere a mano sia sempre superiore alla tastiera.
Sono strumenti diversi e coinvolgono processi in parte differenti. La ricerca attuale continua proprio a studiare le differenze tra scrittura manuale e digitazione.
Ma la scrittura manuale conserva una caratteristica preziosa:
rende visibile il gesto.
E qui entra la grafologia
Dopo nove articoli dedicati all’osservazione della scrittura, arriviamo finalmente al punto nel quale possiamo collegare i fili.
La grafologia osserva il gesto grafico e i suoi segni.
Le neuroscienze studiano il sistema nervoso che rende possibile quel gesto.
Sono due piani diversi.
E proprio per questo possono dialogare senza essere confusi.
La grafologia non può trasformarsi in una neuroscienza semplicemente perché parla di cervello.
E le neuroscienze non possono essere utilizzate per confermare automaticamente ogni interpretazione grafologica.
Ma possiamo porci una domanda affascinante:
che cosa ci racconta il gesto della complessità di chi lo compie?
Una traccia grafica è il risultato finale di una lunga catena di processi.
Pensiero.
Linguaggio.
Percezione.
Movimento.
Memoria.
Coordinazione.
Esperienza.
Abitudine.
Contesto.
Il foglio ci mostra soltanto il risultato.
Dietro quel risultato c’è un mondo.
Scrivere e meditare: due modi per tornare al gesto
C’è poi un altro elemento che possiamo aggiungere a questo percorso: la meditazione.
Anche qui è necessario evitare facili promesse.
La ricerca sulla meditazione sta studiando cambiamenti nell’attività e nella struttura cerebrale associati a diverse pratiche, ma i risultati sono complessi e i meccanismi non sono ancora completamente chiariti.
Eppure esiste un punto di contatto interessante.
Quando meditiamo, impariamo a osservare.
Quando scriviamo lentamente, possiamo osservare.
Il respiro.
Il movimento.
La pressione.
La pausa.
La distrazione.
Il ritorno.
Sono esperienze differenti, ma entrambe possono diventare occasioni per portare l’attenzione a ciò che stiamo facendo mentre lo facciamo.
Ed è qui che la scrittura può assumere anche un significato personale.
Non perché ogni pagina scritta sia terapeutica.
Ma perché scrivere può diventare un modo per fermarsi e osservare.
L’apprendimento non finisce con l’età
Forse questa è la parte che più mi piace della neuroplasticità.
Ci ricorda che il cervello non è semplicemente ciò che abbiamo ricevuto.
È anche ciò che continuiamo a fare con ciò che abbiamo ricevuto.
Ogni nuova abilità.
Ogni nuova esperienza.
Ogni nuova conoscenza.
Ogni gesto imparato.
Ogni volta che usciamo, anche solo un poco, da ciò che conosciamo.
Non significa che possiamo diventare qualsiasi cosa.
Significa che non siamo completamente immobili.
Possiamo continuare ad apprendere.
E forse questa è una delle forme più concrete di crescita personale.
Non diventare qualcun altro.
Continuare a sviluppare ciò che possiamo ancora imparare.
Un piccolo esercizio
Per chiudere questa serie, voglio proporre un esercizio molto semplice.
Prendi un foglio.
Non usare il computer.
Scrivi lentamente una frase che conosci bene.
Poi riscrivila cercando di modificare una sola cosa.
Puoi rallentare.
Puoi aumentare leggermente la dimensione delle lettere.
Puoi lasciare più spazio tra le parole.
Puoi concentrarti sulla pressione della penna.
Puoi osservare il movimento della mano.
Poi fermati.
Non cercare immediatamente di interpretare ciò che hai scritto.
Guardalo.
Com’è stato il gesto?
Dove hai accelerato?
Dove hai rallentato?
Quando hai perso attenzione?
Quando ti sei accorto del movimento della mano?
Non serve trovare una risposta.
L’esercizio è già nell’osservazione.
E siamo arrivati alla fine del viaggio
Dieci articoli.
Dieci occasioni per guardare la scrittura da angolazioni differenti.
Abbiamo parlato di cervello, gesto, emozioni, movimento, lateralità, segni grafici e grandi personaggi.
Abbiamo incontrato la storia.
Abbiamo osservato la mano.
Abbiamo seguito il tratto.
E alla fine siamo tornati al punto di partenza:
osservare.
Forse è questo che la grafologia può insegnarci prima ancora di qualsiasi interpretazione.
Guardare davvero.
Perché spesso vediamo senza osservare.
Leggiamo senza guardare le lettere.
Ascoltiamo senza cogliere le pause.
Guardiamo una firma senza domandarci quale gesto l’abbia prodotta.
E così tante informazioni passano davanti ai nostri occhi senza essere realmente viste.
La scrittura continua
Una persona cambia.
Impara.
Dimentica.
Ricorda.
Si esercita.
Si adatta.
Attraversa esperienze.
Il cervello cambia insieme a lei.
E anche il gesto può cambiare.
Per questo una scrittura non dovrebbe essere considerata una fotografia immobile della persona.
È una traccia di un gesto compiuto in un determinato momento, dentro una determinata storia.
Questo non significa che ogni cambiamento della scrittura abbia automaticamente un significato psicologico.
Significa semplicemente che la scrittura, come ogni comportamento umano complesso, nasce dall’incontro di molti fattori.
Ed è proprio questa complessità a renderla affascinante.
Dalla scrittura alla persona
Forse il vero viaggio di questa serie non è stato quello che pensavamo.
Credevamo di parlare di grafologia.
In realtà abbiamo parlato di essere umano.
Perché dietro ogni lettera c’è una mano.
Dietro ogni mano c’è un movimento.
Dietro il movimento c’è un sistema nervoso.
E dietro quel sistema nervoso c’è una persona che apprende, ricorda, desidera, cambia e cresce.
La grafologia ci ha insegnato a osservare il segno.
Le neuroscienze ci aiutano a comprendere la complessità del sistema che rende possibile quel segno.
La crescita personale ci ricorda che quella complessità non è qualcosa di concluso.
Possiamo ancora imparare.
L’ultima parola della serie: osservare
Vorrei chiudere questi dieci articoli con una parola.
Non “interpretare”.
Non “giudicare”.
Non “definire”.
Osservare.
Perché osservare significa lasciare che qualcosa si mostri prima di decidere che cosa sia.
E forse è proprio questo il modo più bello di avvicinarsi alla scrittura.
Una lettera alla volta.
Un gesto alla volta.
Una persona alla volta.
Senza la fretta di arrivare a una conclusione.
Perché ogni scrittura racconta qualcosa.
Ma prima di tutto,
ci invita a guardare.
E dopo questi dieci articoli?
La serie finisce qui.
Ma il viaggio nella scrittura non finisce.
Ogni volta che una penna incontra un foglio, il gesto ricomincia.
Il cervello apprende.
La mano si muove.
La traccia rimane.
E noi possiamo ancora una volta fermarci.
Osservare.
Forse, alla fine, è proprio questo che abbiamo imparato insieme.
gaobi
🌿 Se vuoi, possiamo continuare il viaggio
Se questo articolo ti ha lasciato qualcosa, puoi ricevere di tanto in tanto le novità di Infinito Benessere direttamente nella tua email.
Pensieri, approfondimenti e Il Sabato dell’Accorgersi, senza riempire la casella di posta.
Solo quando c’è qualcosa da raccontare.
