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Endometriosi e psicoenergetica: il significato simbolico dell’apparato riproduttivo femminile

Quando parliamo di salute possiamo scegliere molte strade.

Questo articolo non nasce per ripetere ciò che possiamo già trovare nei testi di medicina sull’endometriosi o sull’apparato riproduttivo femminile. Nasce piuttosto dal desiderio di esplorare un’altra chiave di lettura, quella della psicoenergetica e del rapporto simbolico tra corpo, vissuti interiori e modo di stare nella vita.

Non si tratta di sostituire la medicina né di attribuire a emozioni o conflitti interiori la causa di una malattia.

Si tratta di osservare.

Perché, oltre alla dimensione fisica, possiamo talvolta interrogarci anche su ciò che una parte del corpo rappresenta simbolicamente per noi.

L’apparato riproduttivo femminile: creare e accogliere

L’apparato riproduttivo femminile comprende organi e strutture che svolgono funzioni fondamentali nella riproduzione.

Nella lettura psicoenergetica, però, la sua simbologia può essere osservata anche attraverso due dimensioni: la capacità di accogliere e quella di creare.

La vita nasce dall’incontro.

L’incontro tra ciò che è diverso, tra il dare e il ricevere, tra una parte più attiva e una più ricettiva.

Possiamo ritrovare questa polarità anche dentro di noi.

Una parte può essere più decisa, dinamica, orientata all’azione.

Un’altra può essere più ricettiva, intuitiva, creativa, capace di attendere e accogliere.

Non sono caratteristiche esclusivamente maschili o femminili: sono modalità che appartengono all’esperienza umana.

Quando impariamo a riconoscerle entrambe, possiamo osservare in noi una maggiore possibilità di equilibrio.

Accogliere non significa rinunciare a se stesse

La dimensione dell’accoglienza viene spesso associata alla femminilità.

Ma accogliere non significa necessariamente mettere da parte se stesse.

Significa poter ricevere qualcosa senza sentirsi minacciate da ciò che arriva dall’esterno.

Può essere una relazione.

Un’esperienza.

Un’idea.

Un progetto.

Un cambiamento.

Persino un desiderio che ancora non conosciamo bene.

In questa prospettiva simbolica, l’utero può essere visto come uno spazio capace di accogliere, custodire e dare forma.

Ed è interessante osservare quanto questa immagine possa estendersi oltre la maternità.

Possiamo infatti “partorire” anche idee, progetti, opere, percorsi e nuove parti di noi.

Il corpo non è un enigma da decifrare

Quando compare una malattia, è naturale chiedersi perché.

È una domanda profondamente umana.

Ma dobbiamo fare attenzione a non trasformarla nella ricerca di una colpa.

Una persona che soffre non ha creato la propria malattia perché non ha saputo gestire le emozioni, né possiamo attribuire automaticamente a un conflitto interiore l’origine di una patologia.

La medicina ha il compito di studiare le cause, i meccanismi e le possibilità terapeutiche della malattia.

La riflessione psicoenergetica può eventualmente accompagnare un’altra domanda:

Come sto vivendo ciò che mi sta accadendo?

È una domanda diversa.

E può aprire uno spazio di ascolto senza trasformarsi in una spiegazione causale.

Endometriosi: conoscere la malattia

L’endometriosi è una patologia caratterizzata dalla presenza di tessuto simile a quello che riveste internamente l’utero in sedi diverse da quella abituale.

Può interessare, tra le altre, le ovaie, le tube e altre strutture della pelvi.

Tra i sintomi più comuni possono comparire dolore mestruale, dolore pelvico, dolore durante i rapporti sessuali e difficoltà riproduttive, oltre ad altri disturbi che variano da persona a persona.

La diagnosi e il trattamento appartengono all’ambito medico e richiedono una valutazione individuale.

La riflessologia e le altre pratiche di benessere possono eventualmente essere considerate come sostegno alla persona, senza sostituire le cure e il percorso indicato dagli specialisti.

E allora che cosa possiamo osservare?

Possiamo tornare alla domanda iniziale.

Se l’apparato riproduttivo, nella lettura simbolica della psicoenergetica, richiama i temi dell’accoglienza, della creatività, della relazione e della capacità di dare forma a qualcosa, possiamo chiederci:

Come vivo questi aspetti nella mia vita?

Mi concedo di ricevere?

Riesco ad accogliere senza sentirmi in pericolo?

Quanto spazio lascio ai miei desideri?

Mi permetto di creare?

Riesco a portare avanti ciò che nasce dentro di me?

Oppure vivo ogni cambiamento con paura, controllo o diffidenza?

Non sono domande alle quali dobbiamo trovare immediatamente una risposta.

Sono semplicemente occasioni per accorgersi.

La riflessologia come momento di ascolto

Nel mio percorso professionale ho incontrato donne che vivevano situazioni di sofferenza legate all’apparato riproduttivo.

L’esperienza della riflessologia mi ha portato a osservare quanto, accanto al disturbo fisico, possano esistere vissuti personali molto diversi: paura, stanchezza, frustrazione, difficoltà nella relazione con il proprio corpo, nella sessualità o nell’idea di maternità.

Non significa che questi vissuti siano la causa della patologia.

Significa che la persona non coincide con la sua diagnosi.

Durante un trattamento può quindi esserci spazio anche per rilassarsi, respirare, ascoltare il corpo e lasciare emergere ciò che in quel momento ha bisogno di essere ascoltato.

La riflessologia può rappresentare un momento di benessere e di accompagnamento, sempre nel rispetto del percorso sanitario necessario.

Tornare alla propria femminilità

Forse la parte più interessante di questa riflessione non riguarda nemmeno la malattia.

Riguarda il rapporto con noi stesse.

La femminilità non è un modello al quale adeguarsi.

Non significa essere sempre dolci, accoglienti, disponibili o materne.

Una donna può essere forte e ricettiva.

Decisa e sensibile.

Creativa e concreta.

Capace di accogliere e, nello stesso tempo, di dire no.

Forse la vera integrazione dei contrari comincia proprio qui: non quando scegliamo una parte di noi, ma quando smettiamo di considerare l’altra come qualcosa da eliminare.

Il corpo può diventare un’occasione per ascoltarsi

Non dobbiamo cercare necessariamente un significato nascosto dietro ogni sintomo.

E soprattutto non dobbiamo sentirci responsabili della nostra malattia.

Possiamo però scegliere di utilizzare ciò che viviamo come occasione per conoscerci meglio.

La medicina si prende cura della malattia.

La persona può prendersi cura di come attraversa quell’esperienza.

Sono piani diversi, che possono dialogare senza confondersi.

E forse è proprio questo il punto da cui partire:

non chiedersi soltanto “che cosa ho?”, ma anche “come sto vivendo ciò che ho?”.

A volte una domanda non risolve nulla.

Ma può aprire uno spazio.

E in quello spazio possiamo finalmente accorgerci di noi.

gaobi

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