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Il Sabato dell’accorgersi – 7

La Terra non è nostra: l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli

«Non abbiamo ereditato la Terra dai nostri genitori.
L’abbiamo presa in prestito dai nostri figli.»

È una frase che forse abbiamo già incontrato.

Una di quelle frasi che scorrono davanti agli occhi, magari su un’immagine, in un libro, in un documentario.

La leggiamo.

Ci piace.

E poi continuiamo la nostra giornata.

Ma proviamo, questa volta, a fermarci davvero.

Perché se quelle parole fossero vere non soltanto come bella metafora, ma come principio attraverso cui guardare la nostra vita, cambierebbe qualcosa.

Cambierebbe il modo in cui guardiamo un bosco.

Un fiume.

Una spiaggia.

Un animale.

Un pezzo di terra.

Perfino l’acqua che esce dal rubinetto.

E se la Terra non fosse nostra?

Siamo abituati a parlare della Terra come di qualcosa che possediamo.

La mia casa.

Il mio terreno.

La mia macchina.

Il mio giardino.

Le mie risorse.

Abbiamo imparato a misurare, acquistare, vendere, utilizzare.

Ma la Terra non è comparsa quando siamo arrivati noi.

Era già qui.

C’erano foreste prima delle nostre città.

C’erano fiumi prima delle nostre dighe.

C’erano animali prima dei nostri allevamenti.

C’erano semi, alberi, montagne e oceani prima ancora che qualcuno potesse chiamarli “risorse”.

E continueranno a esistere, in una forma o nell’altra, molto dopo di noi.

Forse allora la parola possesso non è quella più adatta.

Forse dovremmo parlare di responsabilità.

Non siamo i primi

Ogni generazione riceve qualcosa dalla precedente.

Riceviamo una lingua.

Una cultura.

Una casa.

Un paesaggio.

Strade.

Alberi che qualcun altro ha piantato.

Territori che qualcun altro ha custodito.

Ma riceviamo anche le conseguenze delle decisioni prese prima di noi.

Ciò che è stato costruito.

Ciò che è stato distrutto.

Ciò che è stato protetto.

Ciò che è stato ignorato.

E un giorno faremo esattamente la stessa cosa.

Lasceremo qualcosa.

La domanda è: che cosa?

I nostri figli non riceveranno soltanto ciò che compriamo

Quando pensiamo all’eredità, immaginiamo spesso qualcosa di concreto.

Una casa.

Un conto in banca.

Un terreno.

Un oggetto di famiglia.

Ma c’è un’eredità molto più grande che lasciamo senza nemmeno accorgercene.

È il mondo nel quale qualcun altro dovrà vivere.

L’aria.

L’acqua.

Il suolo.

I mari.

Le foreste.

La biodiversità.

Il clima.

I paesaggi.

E anche il modo in cui avremo insegnato a rapportarci a tutto questo.

Perché non lasciamo ai bambini soltanto ciò che mettiamo nelle loro mani.

Lasciamo loro anche ciò che scegliamo di non proteggere.

La domanda scomoda

Proviamo allora a cambiare prospettiva.

Non:

“Che cosa posso ottenere dalla Terra?”

Ma:

“Che cosa sto restituendo alla Terra?”

La domanda è molto diversa.

Nella prima prospettiva siamo consumatori.

Nella seconda diventiamo custodi.

E non serve essere perfetti.

Non serve vivere senza automobile, produrre rifiuti zero, coltivare il proprio cibo o trasformare ogni gesto quotidiano in una battaglia ambientale.

Perché il rischio, altrimenti, è un altro: sentirsi inadeguati e rinunciare prima ancora di cominciare.

La responsabilità ambientale non nasce dalla perfezione.

Nasce dall’attenzione.

Un gesto piccolo non è un gesto inutile

Un albero non diventa una foresta da solo.

Un seme non sembra un bosco.

Una goccia non sembra un fiume.

Eppure il bosco comincia da un seme e il fiume è fatto di gocce.

Anche le nostre scelte quotidiane hanno questa caratteristica.

Una bottiglia riutilizzata non risolve il problema della plastica.

Un acquisto consapevole non cambia da solo il sistema economico.

Una passeggiata invece dell’automobile non modifica il clima del pianeta.

Ma ogni gesto può raccontare che tipo di rapporto abbiamo scelto di avere con ciò che ci circonda.

Ed è questo che conta.

Perché le abitudini non sono soltanto azioni ripetute.

Sono anche una forma di cultura.

Che cosa significa davvero restituire?

La frase parla di restituire la Terra nelle migliori condizioni possibili.

Ma cosa significa?

Significa forse lasciarla esattamente come l’abbiamo ricevuta?

Impossibile.

Ogni epoca modifica il mondo.

Ogni generazione costruisce, trasforma, coltiva, inventa.

Restituire non significa quindi non toccare.

Significa imparare a distinguere tra ciò che possiamo utilizzare e ciò che rischiamo di consumare definitivamente.

Tra ciò che possiamo trasformare e ciò che non possiamo ricreare.

Tra una risorsa e qualcosa che ha bisogno di tempo per rigenerarsi.

E soprattutto significa ricordare che non tutto ciò che possiamo fare è necessariamente qualcosa che dobbiamo fare.

La Terra non ha bisogno di noi?

Questa è forse la parte più difficile da accettare.

Spesso diciamo che dobbiamo salvare il pianeta.

Ma la Terra esisterà anche senza di noi.

Ha attraversato ere glaciali, cambiamenti climatici naturali, estinzioni di massa e trasformazioni immense.

Non siamo noi a dover salvare la Terra.

Siamo noi a dover salvaguardare le condizioni che permettono alla nostra specie e a milioni di altre specie di vivere.

È una differenza enorme.

E forse anche più umile.

Non siamo i padroni di qualcosa che dobbiamo salvare.

Siamo una delle tante forme di vita che abitano questo pianeta.

E abbiamo acquisito una capacità straordinaria: quella di modificare l’ambiente su una scala enorme.

Proprio per questo abbiamo anche una responsabilità.

E se pensassimo ai nostri figli?

Immaginiamo per un momento di avere davanti nostro figlio.

Oppure nostra figlia.

Non dobbiamo dirgli nulla.

Non dobbiamo spiegargli il cambiamento climatico.

Non dobbiamo fare una lezione sull’inquinamento.

Guardiamolo semplicemente negli occhi.

E immaginiamo di potergli dire:

“Questo è il mondo che ho ricevuto.
Questo è il mondo che ti consegno.”

Che cosa vorremmo poter aggiungere?

Vorremmo dire:

“Ho fatto del mio meglio.”

Oppure:

“Ho preso tutto ciò che potevo prendere.”

La differenza tra queste due frasi è enorme.

Non è una questione di paura

Parlare di ambiente significa spesso parlare di emergenze, catastrofi, temperature, inquinamento, estinzioni.

Sono temi reali.

Ma la paura, da sola, stanca.

E quando siamo continuamente bombardati da messaggi allarmanti, possiamo arrivare a non sentire più nulla.

Per questo preferisco un’altra parola.

Cura.

Non la cura come sacrificio.

La cura come relazione.

Ci prendiamo cura di qualcosa quando riconosciamo che ha valore.

E forse il primo gesto ambientale è proprio questo:

riconoscere il valore di ciò che abbiamo davanti.

Un albero non è soltanto legno.

Un fiume non è soltanto acqua.

Un prato non è soltanto uno spazio vuoto.

Un’ape non è soltanto un insetto.

Un bosco non è soltanto una superficie da attraversare.

Ogni volta che riconosciamo un valore, diventa più difficile distruggerlo con indifferenza.

Cosa lasceremo?

Forse non possiamo sapere quale mondo troveranno i nostri figli.

Non possiamo controllare tutto.

Non possiamo prevedere ogni cambiamento.

Ma possiamo scegliere che parte avremo avuto noi nella storia di quel mondo.

Possiamo essere la generazione che ha consumato senza guardare.

Oppure quella che, a un certo punto, ha iniziato a fermarsi.

A osservare.

A chiedersi.

A cambiare qualcosa.

Non tutto.

Qualcosa.

Perché nessuno di noi può restituire la Terra perfetta.

Ma tutti possiamo evitare di consegnarla con un pezzo in meno.

Il vero significato dell’eredità

Forse, alla fine, la parola più importante non è nemmeno “Terra”.

È figli.

Perché quando pensiamo a qualcosa che appartiene a noi, tendiamo a difenderlo per noi stessi.

Quando invece pensiamo a qualcosa che appartiene a chi verrà dopo, cambia il nostro sguardo.

Un bosco piantato oggi potrebbe non essere mai attraversato da noi.

Un albero potrebbe diventare grande quando non ci saremo più.

Un seme potrebbe fiorire in una primavera che non vedremo.

Eppure lo piantiamo.

Questo è il senso più bello del prendersi cura del futuro.

Fare qualcosa che forse non ci restituirà nulla.

Ma che potrebbe restituire qualcosa a qualcun altro.

Il Sabato dell’accorgersi

Forse oggi possiamo semplicemente fare una cosa.

Non cambiare tutto.

Non sentirci in colpa.

Non cercare immediatamente una soluzione.

Guardare.

Guardare un albero.

Guardare il cielo.

Guardare un animale.

Guardare l’acqua.

Guardare un pezzo di terra.

E provare a pensare:

“Questo non mi appartiene davvero.”

È passato attraverso le mani di chi è venuto prima di noi.

E, per un breve tratto della storia, è passato attraverso le nostre.

Poi continuerà il suo viaggio.

Verso qualcuno che ancora non conosciamo.

Verso i nostri figli.

Verso i figli dei nostri figli.

Verso esseri umani che non hanno ancora un volto.

E forse la domanda più importante non è:

“Che Terra erediteranno?”

Ma:

“Che cosa possiamo fare oggi perché, un giorno, possano ringraziarci di averla ricevuta?”

Questo, forse, è il vero Sabato dell’accorgersi.

Non salvare il mondo in un giorno.

Ma accorgersi che il mondo che abbiamo tra le mani non finisce con noi.

gaobi

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